La 'giovane' coppia

 Così viene vissuto oggi il matrimonio: una cerimonia accessoria, una festa come tante, di cui si può decidere a piacimento la data, un balletto da rappresentare preferibilmente a fatto compiuto, facendo divertire pure i figli. Il vecchio, casto fidanzamento (che termine desueto) si allunga ben oltre i rapporti prematrimoniali e la convivenza more uxorio, ben oltre la procreazione e addirittura l’educazione della prole e la Non più inizio ma compimento di un cammino; qualcosa di simile alle cerimonie con festino per le nozze d’oro.  Ci si sposa dopo "cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese", come Florentino Ariza e Fermina Daza, ma senza che di mezzo ci siano stati né il colera né  Juvenal Urbino.

 

 

Oggi ci si sposa da vecchi. Dopo annose convivenze, senza entusiasmi, forse senza convinzione, per aderire al desiderio di un altro, di altri; per sfinimento, per ratificare una unione già consolidata, per evitare problemi economici e legali, perché non è più necessario dimostrare la propria originalità, il rifiuto delle convenzioni borghesi; per non dispiacere ai parenti religiosi, o comunque all’antica. Perché gli amici che ti hanno invitato al loro matrimonio si aspettano che un banchetto, se non una cerimonia, la offra anche tu. Perché nessuna donna può sfuggire alla tentazione di essere diva per un giorno, truccata e acconciata per un vero servizio fotografico, anzi – sempre più spesso ormai – per un film vero e proprio, con tanto di dolly e direttore della fotografia. O perché ne La versione di Vasco hanno letto “La vera trasgressione è fare una famiglia e mettere al mondo dei figli” . E se lo scrive Vasco Rossi, che cantava – e viveva – una vita spericolata, deve essere vero.

 

Trentaquattro primavere lui, trentuno lei: questa è la media ISTAT della primo-nuzialità (opportuna precisazione, dato che le seconde nozze sono ormai il 16% del totale). Ma spesso si è vicini ai (primi) quarant’anni. Dopo essere stati compagni (termine obbrobrioso che richiama gli iscritti al Partito, i compagni di merende, i Compagnucci della Parrocchietta) messo su casa e procreato, gli amanti si rendono finalmente conto che, a dispetto di tutti gli sforzi per negarlo, non sono più due ragazzetti indipendenti che allestiscono, sperimentano e testano modalità alternative di accoppiamenti, coabitazioni e allevamento della prole. Finalmente convinti (magari a torto) di essere compatibili, se non affiatati, si rassegnano a svolgere nel mondo il ruolo che recitavano sul palcoscenico della libertà.

 

A uno di questi matrimoni una bambina, invidiosa della figlia della coppia che, fastosamente vestita da damigella, si beava di ogni passo e di ogni parola dei genitori, è scoppiata a piangere, inveendo contro i suoi genitori che ‘non l’avevano aspettata’. Non si riusciva a calmarla. Così viene vissuto oggi il matrimonio: una cerimonia accessoria, una festa come tante, di cui si può decidere a piacimento la data, un balletto da rappresentare preferibilmente a fatto compiuto, facendo divertire pure i figli. Il vecchio, casto fidanzamento (che termine desueto) si allunga ben oltre i rapporti prematrimoniali e la convivenza more uxorio, ben oltre la procreazione e addirittura l’educazione della prole e la Non più inizio ma compimento di un cammino; qualcosa di simile alle cerimonie con festino per le nozze d’oro.  Ci si sposa dopo "cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese", come Florentino Ariza e Fermina Daza, ma senza che di mezzo ci siano stati né il colera né  Juvenal Urbino.

 

Ci si sposa, dunque, al cospetto dei figli più che dei genitori: i consuoceri si incontravano lì per la prima volta (la loro nipotina più grande aveva già dodici anni). Naturale: ci si sforza in tutti i modi di rimarcare la propria indipendenza dalle famiglie di provenienza, di esaltare la privatezza del rapporto. Sono fatti nostri ribadiscono in continuazione i comportamenti delle coppie. Non vi riguardano, non avete neppure il diritto di chiedere, di informarvi. Il matrimonio non è più evento ricco di ripercussioni parentali e sociali (in Nuova Guinea – riporta Levi Strauss – si usava dire che non ci si sposa per avere una moglie ma per avere dei cognati, meno inquietanti, si spera, del Sergio Rubini di Mio cognato dei fatelli Piva) bensì mera convivenza di due individui, evento accidentale ed occulto, accoppiamento di monadi.

 

Ciò che non poteva neanche iniziare senza il consenso di due famiglie si svolge adesso senza che ne vengano neppure informate. O ne sono informate perché si apprestino a svenarsi per la festa grande, il mostruoso evento multimediatico che ha inglobato e minimizzato il semplice rito. Festa che, specie nel meridione è divenuto paradossalmente, l’ostacolo insormontabile al matrimonio: non ci si può sposare, costa troppo! E’ vero, anche se tutti dimenticano che non è il matrimonio a costare bensì l’inverecondo set hollywoodiano che ci siamo imposti. Ma con la parola nozze si intende ormai, per metonimia, esclusivamente quel banchetto. Le nozze vere e proprie sono diventate una sorta di pre-pre-aperitivo al quale molti invitati non si prendono neanche il disturbo di presenziare. Tanto poi c’è il pre-aperitivo al bar e l’aperitivo al ristorante.

 

Ripensavo ai tempi bui in cui i matrimoni venivano combinati. Erano poi così bui? L’invenzione del matrimonio d’amore è recente. Comparso otto secoli fa si è davvero affermato solo dopo l’avvento del romanticismo, grazie all’importanza che quel movimento attribuì alle passioni, principalmente amorose: spontaneità, immediatezza pura, involontaria e irrazionale del sentimento. Si ostenta ribrezzo di fronte a un matrimonio d’interesse. Peraltro, come notava Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, “nessuna donna fa un matrimonio d'interesse: tutte hanno l'accortezza, prima di sposare un milionario, d'innamorarsene”.

 

 

 

Ben strana questa esaltazione del sentimento puro, se si pensa a come oggi ogni aspetto della vita sia razionalizzato e monetizzato. I nipotini di Marx si sforzano di dimostrare che ogni movente umano è economicistico, tranne, ovviamente, quello dell’unione tra uomo e donna, in cui, inopinatamente, una benefica passione interverrebbe a garantire la purezza. Ah, l’Amore! Tutti oggi sono convinti di sposarsi per amore. E per che altro? risponderebbero offesi a una domanda in proposito. Per Innamoramento – si può replicare – che è altra cosa. L’Amore, spiegano gli insegnanti ai corsi prematrimoniali, è un sentimento altruistico, che va curato, consolidato, difeso, qualcosa che ha a che vedere con la trascendenza. Ma io non sono un attendibile insegnante e mi concentrerò su  qualcos’altro.

 

Non posso davvero tessere le lodi del matrimonio combinato. Sarebbe anche disonesto: io per primo non mi ci sarei mai piegato. Resto convinto però che quei matrimoni non risultassero poi così infelici. Si partiva con meno aspettative nei confronti del coniuge; le aspettative erano grandi, sì, ma rispetto alla nuova condizione (di padre di famiglia o di sposa, di madre, di padrona - oltre che angelo - del focolare) non rispetto al coniuge. Nessuna atroce delusione, dopo: non lo si prefigurava, come ora, sempre appassionato e disponibile e condiscendente. Tristezza, forse, rassegnazione, ma difficilmente drammi. Il coniuge ti era dato in sorte. Come ora, in fondo, dato che il frequentare la stessa scuola, la stessa piazzetta, lo stesso angolo di spiaggia, è un evento del tutto fortuito

 

La circostanza che adesso ci si sposi molto tardi, infatti, non deve far pensare a scelte oculate, mature. Spesso si va a sancire un legame nato sui banchi di scuola media o nel cortile condominiale, ambiti più angusti di un borgo d’antan; un innamoramento appunto, trascinatosi poi per abitudine o per un affetto che potrebbe essere nato ugualmente all’interno di un menage voluto dai genitori. Menage che non ha nulla a che vedere con l’insegnamento della Chiesa, sia chiaro. Ma mi preme ricordare che le famiglie intervengono ancora fortemente sui legami dei figli in Africa, in Asia e nel Medio Oriente. Residuame oscurantista, forse. Noi non potremmo tollerare un’ingerenza così forte, non si può tornare indietro. Il parere dei genitori tuttavia potrebbe contare ancora. Non sarebbe il caso di affidarsi almeno un po’ all’esperienza – se proprio non si vuol riconoscere loro saggezza – dei propri cari? Godendo in seguito del sostegno di una famiglia estesa (non allargata), di uno scudo contro le avversità, contro la tragica solitudine della famiglia nucleare?

 

 

La famiglia patriarcale, ovviamente, non è più proponibile. Mancano i meri presupposti logistici: la vicinanza – se non la coincidenza - delle abitazioni. I figli sono sradicati dalle poche opportunità lavorative, sempre più delocalizzate. La dispersione familiare è uno dei regali della modernità, della mondializzazione. Se non si è costretti a espatriare ci si sposta in altri luoghi della penisola, ben che vada nei paesi vicini. Succede ancora, però, nei nostri paesi, specie quelli agricoli, che i capifamiglia costruiscano appartamenti attigui al loro per i figli. Ma anche in quel caso, spesso, gli sposi nicchiano e cercano altre sistemazioni per coltivare la propria indipendenza, ovvero la propria separatezza, la propria solitudine, la propria alienazione.

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