Proust, o dell'eternità

2007-11-05 08:57:46

 

Il tempo annullato - Prove tecniche di eternità

 

su Il Domenicale, 20 Settembre 2007

 

Rispondere immediatamente, senza formulazioni lambiccate. Cos’è l’eternità? Un susseguirsi infinito di tempo, giusto? Un’infilata di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni, secoli, ere. Una coordinata orizzontale, una fascia millimetrata interminabile. Un incubo. Al catechismo nessuno di noi aspirava al Paradiso: quella

 

cosa che comincia dopo la morte, da un’altra parte, e va avanti senza interruzione, senza fine. Giorno dopo giorno a contemplare la luce, senza neppure i comfort sensuali dei maomettani. Che palle. Ma l’eternità è un’altra cosa: è verticale, anzi puntiforme. Non si snoda, è compressa. L’eternità, per dirla alla Paolo Nori, non riesci proprio a pensare che ci sia il tempo. E’, sì, tutti gli infiniti istanti, ma in un istante solo. E’ la dilatazione infinita ma inavvertibile dell’Istante. 


L’eternità non consiste in una vagonata di tempo ma nella sua assenza. Assenza. Potete immaginare qualsiasi cosa ma non l’annullarsi del tempo, vero? Il tempo è la forma stessa del nostro pensiero, la nostra condanna. Ecco perché la Salvezza non sta nella sua reiterazione ma nella sua scomparsa. “Perchè - si chiede Emile Cioran - l’uomo non ha mai fatto uno sforzo opposto a quello che esige l’adesione al tempo? Finché egli rimane complice del tempo essa [l’illusione] è indistruttibile”. State pensando che io mi rifaccia a concezioni avanzate della fisica? Boh, forse, non me ne intendo. Ma prima delle formule viene la percezione, e c’è chi l’eternità l’ha percepita. Sono tanti, ma non voglio parlare dei mistici, che pure sarebbero i più indicati. Occupiamoci di uno scrittore. Di quell’er più degli scrittori che è Marcel Proust. Mi inoltrerò impavidamente nel territorio dei francesisti, i quali non hanno insistito abbastanza, mi sembra, su certi aspetti del suo pensiero. Più d’uno li ha colti, certo, ma un po’ distrattamente forse, senza neanche rendersi bene conto di cosa avesse intravisto, di quali termini stesse adoperando. 

Il senso della Ricerca è spirituale. L’approdo finale di quel percorso sensuale, prosaico e pragmatico nel suo catalogare e procedere per opposizioni e dualismi, è la spiritualità. Troppo si è insistito sugli influssi scientifici e psicologici. Mai che si citi, che so, Rudolf Steiner, che all’epoca diffondeva le sue concezioni teosofiche - poi antroposofiche - con frasi come questa: “L’anima... media tra presente ed eterno. Conserva il presente per il ricordo. Lo strappa così alla transitorietà e lo accoglie nell’eterno del proprio essere spirituale. Imprime durata anche a quel che è transitorio”. 

Troppa fisiologia, invece: Giovanni Macchia incastona lo scrittore nella malattia, imbastisce un’istruttoria sulle teorie e le pratiche dei tanti medici e fisiologi a cui Proust aveva fatto ricorso o dei quali aveva avuto notizia. Una anamnesi alla Saint-Beuve, proprio quello contro cui il gigante si batteva. Avvicinandosi alla questione fondamentale Macchia si chiede se il ritorno di ricordi perduti, l’image affective dei maestri della psicologia sperimentale sia davvero “un état nouveau”. No, rispondevano i neurologi, non poteva essere considerata un’image vierge. Proust, sostiene Macchia, la pensava diversamente, perchè dichiarava che la distanza temporale rende imparagonabile le due emozioni. Eppure, dopo quella premessa, Proust era molto deciso nel dichiarare che quell’aria nuovissima che invano i poeti hanno tentato di far regnare in paradiso è ‘nuova’ solo perchè gia respirata, ovvero antica. Nuova, quindi, per dei sensi ottusi, per un apparato respiratorio incatenato dal tempo, nuova per chi non ha mai avuto accesso all’eternità. 

Troppo Tempo, negli scritti su Proust. Naturale, direte, non è solo il tema fondamentale, è nel titolo (nei titoli, anzi). Il tempo, alla lunga, è ritrovato. Riscattato è il termine più ricorrente. Finalmente recuperato, questo tempo perduto, perso e disperso, anzi dissipato, viene liofilizzato e inscatolato. Così abbiamo una storia, le faccende acquistano un senso e tutto va a posto. Ma tempo è sinonimo di sfacelo, soprattutto nella Recherche. Dunque? 

A leggere certi saggi, quello di Jean-François Revel specialmente (che per 150 pagine, trascurando il coinvolgimento dell’autore, la sua empatia profonda, la sua Compassione, poiché Proust sa che ogni creatura condivide il destino di qualsiasi altra -come… come... come... , è il ritornello - riesce a trattare Proust come un verista in vena di sarcasmi, un ‘grande comico’ che mette alla berlina, da inviato speciale camuffato, i tic di un’epoca o di una classe) sembra che le madeleine fungano da bloc-notes sinestetico. Ci si imbatte in una annotazione e via, finalmente recuperiamo tutti i dati associati. E con ciò? Chi se ne frega della zia Léonie? Perché quei ricordi dovrebbero riempirci di gioia? Non sono i ricordi, che contano, ma la loro qualità. E in che consiste questa qualità eccelsa? Di sicuro, anche se non tutte le madeleine risalgono all’infanzia, nel piacere che ci dà la rimembranza confusa della nostra fanciullezza... la più gradita e la più poetica, come annotava Leopardi nello Zibaldone (1829), dopo aver descritto a modo suo le intermittenze (1821): la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un'immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione (quanto più turgido, questo 'ripercussioni', di intermittenze, vocabolo da elettricista buono a evocare fievoli, petulanti ammiccamenti da decorazioni natalizie) o riflesso della immagine antica. Però attribuiva la gioia di quella circostanza mnemonica al fatto che “essa è più rimembranza che le altre, cioè a dire perché è la più lontana e la più vaga” e qui siamo all'opposto della madeleine, che è vivida, acutissima, schiacciante. Leopardi amava galleggiare nell'indistinto, bearsi della foschia, Proust non poteva accettare nulla di meno dell'irruzione della vivida, travolgente, acutissima verità dell'Esperienza. 

Ma il carattere miracoloso di quelle intermittenze non sta tanto nel ritrovare la compenetrazione tra sé stessi e l’oggetto che nell’infanzia non necessita di faticose concentrazioni come quelle davanti al roseto ricordate da Reynaldo Hahn (Ernst Robert Curtius rammenta che Proust amava pensare che l’anima ci abbandonasse per trasmigrare negli alberi, negli oggetti, finché non avessimo ritrovato quegli oggetti, e forse immaginava addirittura, come nelle credenze celtiche, che da quelle piante potessero liberarsi le anime dei morti) quanto nel fatto che in quello stato che segue la concentrazione e che potremmo definire meditazione (anticamera del Nirvana) il tempo non viene semplicemente ritrovato, rivisitato, rivalutato bensì annullato. Tenterò di essere più preciso: la madeleine non è semplicemente memoria del passato e neppure irruzione del passato nel presente: non ci sono più un passato e un presente, si vive contemporaneamente nel passato e nel presente. E’ una prova tecnica di eternità. Non si tratta semplicemente dell’accesso a uno stato di percezione più vivida, a una sensazione intensissima - come vorrebbe chi relega Proust al rango di esteta, di collezionista di sensazioni (perfino Curtius lo definisce ‘sensualista”) ma di un occhiata sull’Aldilà, che non è dopo, ma sempre, cioè adesso: “una simile contemplazione, sebbene partecipe dell’eternità, restava fuggitiva”. 

Il vecchio inossidabile Curtius, aveva colto nel segno: “Siamo sfuggiti al corso unisenso del tempo matematico. Il tempo non è unidimensionale e irreversibile”. Ma non giunge alla conclusione estrema, limitandosi a ritrovare in Proust, una “correzione psicologica” del rigido concetto di tempo. Un’aberrazione, in un certo senso, un aggiustamento narrativo. Tutt’al più ipotizza un Proust parascientifico che giunge per suo conto alla teoria di un continuum spazio-temporale. 

Citando lo scrittore,“La materia è reale perchè è un’espressione dello spirito”, commenta: “ogni sensazione diventa un movimento dell’anima”. Ma nel prosieguo spirito e anima si confondono con l’intelletto e divengono sinonimo di coscienza o esperienza. In effetti all’epoca con la parola spirito si intendeva di solito la vita del pensiero, qualità della mente, non lo Spirito. Più avanti però il critico tedesco mette in relazione le contemplazioni proustiane con quelle della mistica del Trecento Giuliana di Norwich: quella di Proust “non è altro che la contemplazione alle soglie del misticismo come ogni altra forma di più alta spiritualità”. Osserva inoltre che un motivo fondamentale del pensiero di Proust è quello di “salvare l’esistenza dalle scienze naturali”. Ma non sembra rendersi conto di cosa stia dicendo quando nota che “Alberi e fiori sono per lui elemento divino” o che i libri di Proust sono un divenire che “continua in noi come un movimento che viene dallo spirito stesso e non da una determinata persona”: finisce per riportare il tutto a una abilità letteraria. 

Eppure, descrivendo il Proust della scena del thé, che si conclude con la domanda “Donde m’era potuta venire quella gioia violenta?”, Curtius lo descrive come un essere “inondato di gioia e di forza in contatto con una realtà superiore”. Poco prima aveva citato Logan Pearsall Smith che riconosceva già nel primo libro di Proust le “tracce di un platonismo che aspira a ritrovare l’essenza eterna delle cose”. E questi momenti appaiono all’inizio isolati per poi farsi “sempre più fitti, tessuti nel mondo intellettuale di Proust. Si fondono con l’ultimo interrogativo sull’immortalità”. Bergotte, dopotutto non era morto per sempre, ipotizza Proust: “nella nostra vita tutto si svolge come se vi entrassimo con un carico di obblighi contratti in un’esistenza anteriore.. sembra appartengano a un altro mondo... interamente diverso dal nostro e di dove usciamo per nascere a questo e nel quale ritorneremo forse a vivere, sotto l’imperio di quelle leggi ignote... che rimangono invisibili soltanto agli sciocchi”. Certo, ammette Curtius, spesso questo platonismo (che non è quello superficiale della nostalgia romantica né quello umanistico di Emerson ed è paragonabile solo a quello di Baudelaire) non è riconoscibile ed è per lunghi tratti sotterraneo tuttavia la sua importanza non va misurata dal posto che occupa ma dalla profondità a cui giunge (e dal momento che rappresenta nell’opera). 

Giacomo Debenedetti, non dubitando che gli oggetti delle intermittenze contassero unicamente come “apparizioni rivelatrici di quel secondo mondo, di quella seconda vita che sta dentro o dietro di loro”, ribadisce che il tempo ritrovato è tempo ‘guarito’ dalla condanna al flusso lineare, “disocculta l’anima”, e che l’intermittenza finale arriva “quasi come un appello, un rintocco miracoloso dellaGrazia”. 

Tutte queste citazioni sembrano contraddire il mio assunto iniziale. Lo confermano, invece, perchè sono state dissepolte da centinaia di pagine e vengono regolarmente ignorate dalle interpretazioni correnti su Proust. 

Ma ascoltiamo Lui, cominciando dall’ultima frase, nella quale delinea il suo Compito: rappresentare l’uomo come un gigante che occupa nel Tempo un “posto prolungato a dismisura”. Potete intenderla come un’esaltazione dell’età anagrafica, giustificati dall’inciso: “poiché essi toccano simultaneamente, giganti immersi negli anni, età così lontane l’una dall’altra, tra le quali tanti giorni sono venuti a interporsi”. Ma quel ‘simultaneamente’ non ammette equivoci. Simultaneamente significa che quella distanza è fittizia, che la vita consiste di un solo istante. Non perchè, come intendono tanti poeti, sia brevissima, insoddisfacente, ma perchè, percorsa dallo spirito, partecipa dell’eternità. E’ questa la dismisura. “Un attimo affrancato dall’ordine temporale ha ricreato in noi, per percepirlo, l’uomo affrancato dall’ordine temporale”. 

Un’opera così vasta rende forzata ogni lettura univoca e di questa in particolare occorrerebbe diffidare: come ricorda Curtius, Proust si avvicinava al problema dell’immortalità “con timida riserva, con la prudenza scettica della fine dell’Ottocento”. Avanzava e si ritraeva, anche a causa del suo modo di procedere, quasi una gabbia nevrotica, che lo costringeva a contemplare ogni lato dei fenomeni senza scartare alcuna ipotesi. D’altro canto, proprio le centinaia di pagine in cui Proust si affanna, da bravo figlio del suo tempo, ad affastellare motivi occasionali, sensoriali, psicologici, per spiegare la qualità inspiegabile delle intermittenze, proprio questo tentativo colossale, esaustivo, quasi efficace ma alla fine insoddisfacente per lo stesso autore, ci indica la risposta più plausibile: noi siamo giganteschi perchè partecipi di un’entità onnicomprensiva ed eterna. E l’intermittenza è “un’impressione capace di resuscitare in me l’uomo eterno”. 

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