Pessimismo latianese 1

2008-02-10 10:54:58

 

Il "Plagio di Leopardi"

 

Il pessimismo cosmico? Era già in un libro del latianese De Virgiliis, scritto nel 1677

 

Sul Corriere della Sera - Puglia, 30 Gennaio 2008

 

Esposte in "Scherzi d’Ingegno, la fonte segreta del pessimismo leopardiano" di Vittoria Ribezzi Petrosillo (Guida editore) le innumerevoli corrispondenze tra gli scritti leopardiani e l’opera del letterato

 

 

latianese Francesco Antonio de Virgiliis pubblicata nel 1677, ritrovata dall’autrice. Il testo del medico-letterato salentino anticipa non solo il nucleo della filosofia leopardiana, ma anche sequenze poetiche, schemi, lessico del poeta di Recanati, fino al protagonista di una poesia: il Passaro Solitario. 

Per Nicola Ruggiero si tratta della “più trasparente ed estesa fonte del pessimismo leopardiano”.

 

Io lo sapevo. In quale altro posto, se non in questa ex palude, in mezzo al Limitone che separa il tacco dallo stivale, gli ultimi scampoli di Longobardia dal Piano del Depensamento, poteva nascere il pessimismo, quello vero, quello con la maiuscola? Dice Recanati, ma lì almeno ci sono i colli, c’è roccia sotto i piedi. Non poteva che nascere qui la depressione come metodo, come sistema di pensiero, proprio qui, al paese mio. Non si dice più borgo (figuriamoci, c’è un decreto che consente di chiamarla Città) e selvaggio manco va bene ma natio è questo Latiano, per me e l’illustre concittadino d’antan. Facile, ora, dire lo sapevo ma se non fosse stato per Vittoria Ribezzi Petrosillo avremmo continuato a salire di latitudine e ad avanzare nel tempo per collocare sto cosmico disdegno.

Invece, grazie al più straordinario caso di serendipity della storia delle Lettere, posso finalmente nobilitare le mie paturnie, trovare ascendenze filologiche alla lunghissima e ripiegata adolescenza. Neanche lontanamente si figurava la mia compaesana, quel giorno di fine dicembre, di stare per affibbiare uno scrollone alla cronologia e alla geografia del pensiero filosofico moderno. Lei che manco è un’accademica. Che è soltanto la più entusiasta e dinamica delle vestali della storia, la persona che, insieme al marito Vittorio Petrosillo e a un gruppo di volenterosi, ha dato vita alla Fondazione che custodisce ed espone in una Casa Museo, insieme alle meraviglie archeologiche della città messapica situata in quelli che sono ora terreni di famiglia, una infinità di oggetti, alcuni preziosi e rarissimi, che illustrano la storia di famiglia a partire dal ‘500, restituendoci così anche la storia di tutta una fascia sociale meridionale. 
Lì giacevano - stilate dal fratello del bisnonno della studiosa, il medico-oculista Ernesto Ribezzi - alcune note biografiche sul medico e letterato (le due cose, nel secolo XVII, andavano di pari passo) Francesco Antonio de Virgiliis, “notabile per estrazione sociale, filantropo per vocazione”, un signore che scriveva trattati bizzarri, ma consueti per l’epoca, come De modo facillimo pestis curandae. Scattata la curiosità – la insaziabile curiosità del ricercatore di razza, se non di professione - senza alcun aiuto da fonti cartacee o informatiche, Vittoria Ribezzi si è messa a scarpinare per Roma, Napoli, Firenze, ma anche a Brindisi e alcuni paesi della provincia, con la tenacia che è solo sua, per reperire l’unica opera stampata, quindi plausibilmente rintracciabile, del de Virgiliis, un testo in cui – forse, soltanto forse – avrebbe potuto trovare qualche accenno a vicende locali (ma ogni minimo accenno è importante per chi vuol tramandare Le Storie). Otto anni fa, infine, ritrovò Scherzi d’Ingegno nella Biblioteca Provinciale di Lecce e nella biblioteca del Convento dei Francescani della stessa città.

Questa seicentina, (la cui terza copia potrebbe essere ben custodita in casa Leopardi), avrebbe potuto restare sepolta in eterno. E il disseppellimento, reso noto da una pubblicazione della Biblioteca di Latiano a cura di Bianca Romana Ribezzi, avrebbe potuto rivelarsi inutile, perchè di quelle fotocopie, dopo un esame superficiale, furono letti solo alcuni sonetti e madrigali. Se la lettrice non fosse stata Vittoria Ribezzi, del resto, anche la lettura più accurata, quella a cui sentiva di non potersi sottrarre – per un riconoscimento (anche se tardivo) dovuto all’unico letterato latianese del ‘600 di cui sia giunta notizia fino a noi – e alla quale si accinse solo due anni fa, sarebbe risultata inutile. Perchè chiunque altro si sarebbe limitato a registrare che il valore letterario del de Virgilis non era eccelso. Punto. Altri quaranta secoli di oblio comminati al de Virgiliis e altrettanti di impunità a Giacomino. 

Ma la signora che quel pomeriggio – finalmente, dopo tutto il rubricare e catalogare – si era stesa più a riposare che a consultare con acribia le fotocopie del tomo, aveva amato a sufficienza - e tenuto bene a mente – Giacomo Leopardi. La madre Bianca (che annoverava tra gli avi Bonifacio IX) lo amava talmente che nell’ultimo periodo della sua esistenza, le chiedeva ogni giorno di leggerle il Canto notturno. Così, avendo resistito a quaranta pagine di dedica ad Ambrogio Imperiale e alla sua prosapia, Vittoria Ribezzi si era spinta fino a pag. 120 della miscellanea, imbattendosi in qualcosa di troppo simile al ‘suo’ Canto notturno. Non più sdraiata, aveva proceduto a salti nella lettura fino alla pag. 131, con la sequenza del vecchio, sempre del Canto notturno. Ormai in piedi, aveva ritrovato la natura matrigna di A Silvia, poi, senza completare la lettura si era divertita a fare le prime tabelle comparative. A notte inoltrata era alle prese con altre sequenze identiche, lessico comune, interrogativi leopardiani. Finché all’alba si era imbattuta, ridendo incredula, nel vago Passaro Solitario protagonista di un madrigale.

E oggi, finalmente, il risultato del lavoro organico: Scherzi d’Ingegno, la fonte segreta del pessimismo leopardiano, ricognizione della “più trasparente ed estesa fonte del pessimismo leopardiano”, come scrive nella presentazione Nicola Ruggiero, convinto che il giovane Leopardi abbia “sicuramente letto, apprezzato, interiorizzato Scherzi d’Ingegno, “trasferendone qua e là, nei versi e nelle prose, anche inconsciamente, idee, parole, figure poetiche”. C’è “un’aura” scrive Ruggiero, culminante nel brano dei “vegetabili caratteri di morte”, trasferito nel celebre passo della “souffrance” della famiglia dei vegetali, che sarà tipica di Leopardi. E che questi travasi non fossero troppo inconsci lo insinua l’epigrafe del libro, un passo di Leopardi che invita gli imitatori a nascondere la propria fonte.

Nicola Ruggiero delinea il presumibile percorso del libro, sicuramente noto in ambito romano e marchigiano, sia perchè in esso vengono celebrati i due cardinali della famiglia Imperiali, signori di Latiano, sia perchè un figlio del De Virgiliis fu al servizio della Corte papale. Inoltre un cardinale di origini marchigiane ebbe rapporti con la famiglia De Virgiliis. Il tomo, insomma, era quasi certamente presente nei conventi e, sapendo che il giovane Conte Monaldo venne in possesso di intere biblioteche “pagate a peso di carta” in seguito alla chiusura dei conventi, tra cui la libreria dei Cappuccini di Filottrano, nelle Marche, non ci sarebbe nulla di strano se Scherzi d’Ingegno fosse finito nella biblioteca di casa Leopardi.

“Passeranno gli anni – conclude Ruggiero – ma chiunque vorrà capire quali siano state le fonti di ispirazione del sommo Recanatese non potrà fare a meno di esaminare l’opera del de Virgiliis”. Molti minimizzeranno, naturalmente: c’è chi ha costruito una carriera accademica su qualche frase sparsa rintracciata qua e là e collegata più o meno forzatamente al poeta di Recanati. Tanta abbondanza di riscontri – ritrovata di colpo da una studiosa appartata, senza cattedre universitarie o prestigiose pubblicazioni - sarà accolta probabilmente dal silenzio o da agguerrite confutazioni. Ma se anche ci si volesse ostinare a ritenere generici i collegamenti tra le due opere e inconsistenti le tracce che conducono alla biblioteca di Monaldo, che importanza ha? Ci ritroviamo con un letterato che in piena temperie marinista anticipò di un paio di secoli, forse a causa della sua formazione scientifica, uno degli aspetti fondamentali del pensiero moderno. A Latiano. 

Scrivi commento

Commenti: 0